In fin dei conti è sempre la stessa storia, vuoi farti una birretta con qualcuno post lavoro.
Il dopo lascia sempre un segno, o, per meglio dire, evidenzia lo scarto differenziale tra le due condizioni fondative delle nostre strutture sociali: il lavoro e il tempo libero. Se da una parte si impone la responsabilità verso dinamiche capaci di generare profitto e di mantenere un determinato status, dall’altra si colloca la cura di sé in senso stretto. Nessuno ci impone qualcosa nel tempo libero, possiamo teoricamente spaziare nelle possibilità che il circondario della vita ci offre, sempre considerando i bordi definiti dalle macro aree che costringono le nostre esistenze a selezionare una pletora di possibilità sempre minori, o quantomeno diverse. Insomma il collasso dei possibili stati della materia finisce per concretizzarsi nel prendere il pad in mano e premere start. E a cosa si gioca?
E così ci incamminammo verso la filippica sulle abitudini di consumo dei prodotti dell’industria culturale da parte di pubblici consumatori nel tardo capitalismo. però che palle.
Proviamo invece a farci una domanda più diretta (che magari riesca ad essere coerente con la prima intenzione di questi appuntacci), giocare sempre allo stesso gioco competitivo online, ripetitivo e tossico, è una gigantesca perdita tempo? potrei o addirittura dovrei esplorare altre opere, immergermi in nuovi mondi e fare nuove esperienze intellettualmente ed emotivamente appaganti? e perché non ne ho voglia?
Colpa del capitalismo certo, colpa del fatto che siamo sempre più propensi ad investire il tempo residuale in attività che sempre più esattamente vadano incontro alle nostre voglie, indotte anch’esse da strategie pervasive di mercato cucite a misura di consumatore; in sostanza mangiamo sempre la cosa che ci piace, reiterandola e apportando solo qualche minima modifica che più che apportare variazione apporta inganno, tentativi pigri di prenderci in giro. E guardiamo la stessa serie, giochiamo allo stesso gioco e giustamente dopo l’ennesima giornata di merda non ne hai mezza di esplorare cose nuove e arricchirti, oltre allo sforzo lavorativo quotidiano dovresti anche sforzarti nel tempo libero!? forse è meglio farsi cullare dalla ninna nanna che ci è sempre piaciuta. Un fare comprensibile, e il mercato non solo lo sa ma lo incentiva attraverso la produzione pressoché illimitata di prodotti comfort di ogni tipo, prodotti culturali inclusi. L’appiattimento e la reiterazione sono una conseguenza automatica e imprescindibile di intere classi sociali di consumatori. Il consumo modulato da salutari variazioni è fondamentalmente figlio di un privilegio innato o di enormi sforzi talvolta debilitanti.
Occhio amici che i così detti “beni di conforto” li davano ai militari in guerra. Quel pezzo di cioccolato e quella sigaretta erano il viatico per una sorta di fuga interocettiva associata alla sensorialità, una fuga all’interno, uno scollarsi momentaneamente dal resto e sentire il dolce dello zucchero in bocca, l’alcool scorrerti in gola e finirti in corpo; e li realizzi che un corpo lo hai, e ti assumi nuovamente come corpo vivo in grado di godere e non solo di morire con un moschetto in mano o giù di li. Capiamoci, in questo luogo posso permettermi anche questo tipo di banalità concettuali che più di un’argomentazione potrebbero offrire al massimo uno spunto, e tant’è.
Dopo dovrebbe partire un altro sermone sulla circolazione dei valori emergenti all’interno del fare ludico, ovvero in una scena discorsiva che implica diversi sottoprogrammi narrativi specifici. Qui dovremmo individuare il rapporto intersoggettivo e interoggettivo attraverso il quale i valori si stabiliscono e circolano MA! interpellare la semiotica è sempre gradito, o addirittura auspicato, ciononostante non dando direttive interpretative la cosa risulterebbe scorretta e addirittura spocchiosa, eviterò finché potrò. Quello che invece non eviterò è il ragionare sull’investimento valoriale che abbiamo nei confronti delle attività ludiche praticate nel tempo libero. Se ci limitassimo a godere edonisticamente dei soli prodotti del mercato che ci allettano, diventeremmo pressoché una sorta di organo preposto all’acquisto e alla circolazione dei valori altrui, non i nostri. Una, tra le tante, cose sinceramente tristi è vedere una seria difficoltà nel riconoscimento del desiderio, nella confusione tra bisogni e desideri, nell’indifferenza nei confronti di tutto ciò che per sola coincidenza non siamo riusciti a scorgere al di la della nostra spelacchiata siepe. Mettiamoci dentro anche una generazionale paura del dolore alimentata da una splendida realtà posticcia impregnata di possibilità fasulle di miglioramento? e che fai quantomeno non ti distrai un po’?
Comunque va a momenti eh, ogni tanto fa seriamente bene staccare la spina, ogni tanto quello fuori è davvero peggio anche della dipendenza. Meccanismi di difesa, momenti passeggeri. Infatti il punto è proprio la transitorietà di certe esperienze, le quali dovrebbero giustamente essere pienamente vissute ed espletate, ma non dovrebbero sclerotizzarsi ed essere rivestite di speranze o nostalgie. L’infamia del mondo è tale da darti i problema e la soluzione, ed entrambi vanno stranamente a tuo svantaggio. L’eterogeneità, la differenza, l’alterità, tendenzialmente aiutano all’orientamento intellettuale, morale e sentimentale. I meccanismi di definizione di se stessi attraverso il confronto con una realtà altra sono basilari, sempre scomodando la semiotica, sono l’applicazione di uno dei principi basilari della significazione ovvero il principio differenziale, secondo il quale il senso si manifesta attraverso la differenza che intercorre tra i vari elementi di un sistema significante; quindi un qualcosa può essere determinabile solo se distinta da qualcos’altro, ovvero attraverso una relazione oppositiva. Utilizzando questo postulato logico (dicesi condizione di possibilità) in quella che la semiotica generativa Greimasiana chiama “livello superficiale” arriveremmo al classico rapporto di interdefinizione tra soggetto e oggetto, dove “io” sono “io” perché diverso da “tu”.
Quando la molteplicità del “tu” incentiva la ridefinizione costante dell’ “io” allora forse forse il campo di interesse quantomeno si allarga, quantomeno la circolazione dei valori non apparirà più come predeterminata (cosa che comunque non è possibile) e le svolte narrative aumenterebbero parecchio! Cara lettrice, caro lettore, caro scrivente, portate pazienza ed evitate di affaticarvi troppo gli occhi.
Momento! ma non è che per caso mi sono infilato nel dedalo del “si stava meglio prima”? sto denunciando un decadimento e appiattimento culturale e morale della società attuale? mannaggia, proverò a evitarlo cannibalizzando quello che rimane di questi pensieri sparsi.
Vero è che nelle nuove generazioni dilaga una sorta di rassegnazione al proprio destino, dietro uno strato superficiale di cinismo apatico si nasconde quella che, prendendo in prestito il termine di Fisher, pare essere una “impotenza riflessiva”, ovvero essere al presente di quanto la situazione sia deprimente ma essere ancora più convinti di non poterci fare niente. Continuiamo con Fisher, l’impotenza riflessiva è semplicemente il viatico argomentativo per raggiungere la ben più terribile, ed estremamente calzante, definizione di edonismo depressivo. Contrariamente al tendenziale comportamento di patologie depressive che si caratterizzano da uno stato più o meno generalizzato di anedonia (ovvero l’incapacità di percepire piacere, provare soddisfazione o gratificazione), l’edonia depressa esprime “l’incapacità di non inseguire altro che piacere” (Fisher). in buona sostanza si tratta di tappare il vuoto (temporale, culturale, affettivo, relazionale, morale ecc) esclusivamente attraverso il principio di piacere (che poi a ben vedere è un fattore da considerare nelle dipendenze di sorta). Tale atteggiamento mette in relazione la “classica” condizione del lavoratore medio con quella del consumatore passivo1, dove l’una giustifica l’esistenza dell’altra attraverso una sorta di vittimismo cinico.
Seguendo la distinzione proposta da Fisher potremo proporre una associazione delle condizioni sopraesposte come: Lavoratore classico sta a società della disciplina come consumatore passivo sta a società del controllo (fatevi un favore e leggete “Realismo capitalista“).
È ovvio che in questo sistema l’essere annoiati, o anche solo il timore di annoiarsi o in generale di non essere soddisfatti dall’oggetto fruito, significherebbe astenersi dalla stimolazione, dall’eccitamento e dalla quasi istantanea gratificazione ripetitiva e già ben consolidata. La dose di dopamina a buon mercato.
Nel nostro discorso compare spontanea una problematica, questo piacere non è privato. Se la deriva del discorso appena fatto sarebbe automaticamente una considerazione sul piacere consumistico e privato che ci trincera, ci astrae, da una realtà come a sublimare un bisogno più profondo esclusivamente attraverso la consumazione reiterata sempre dello stesso oggetto; è altrettanto vero che nel nostro caso questo piacere deriverebbe anche dalla voglia di connettersi da una società a un’altra, magari accompagnato da amicizie consolidate che si riversano nella virtualità per condividere la medesima esperienza. Un ritrovo ludico, un momento ricreativo che si comporta comunque come spazio di condivisione sociale popolato da individui con interessi comuni. Solo che questo fare sociale sembra non arricchire ma anzi togliere tempo ed energia, il vuoto da riempire citato in precedenza sembra allargarsi! Una spinta verso l’immobilismo, dove il collasso della temporalità riesce a liberare il presente da tutte le attività e le intenzionalità che potrebbero focalizzarlo e renderlo uno spazio per una prassi variegata e stimolante (Jameson)
E la questione del cerchio magico? e la classica creazione della bolla, della confort zone ludica? e se dicessi “ognuno fa quello che gli piace, quello che lo fa stare bene ed è giusto così”? e se invece questo scritto meticcio terminasse qui?
Ma quanto è bello APEX!
1 Per Theodor Adorno, la società dei consumi è un sistema totalizzante in cui gli individui vengono manipolati e ridotti a consumatori passivi. Attraverso l’industria culturale, il capitalismo avanzato non si limita a soddisfare i bisogni, ma crea bisogni artificiali, azzerando lo spirito critico e l’autonomia della persona